Guido Renzi: Ladri di sogni

 

Prefazione

Nel lungo percorso della storia dell'uomo, quelli che oggi sono ritenuti dei fenomeni sociali di pura attualità e di corruzione dovuti all'evolversi dei tempi che spesso, secondo opinioni molto diffuse, sono caratteristiche di quasi tutte le società moderne, in realtà sono sempre esistiti.

Mascherate, o più semplicemente rifiutate per una sorta di ipocrita pudore che gli stessi hanno subìto volontariamente, gli esseri umani sono sempre stati alla mercé delle innumerevoli tentazioni criminali o comunque poco ortodosse di vario ordine e genere, nascondendole perfino a se stessi.

Recenti studi umanistici, hanno dimostrato che quasi ogni essere umano è un criminale potenziale fino al punto che, teroricamente, solo il caso ha fatto si che taluni piccoli o grandi crimini non siano stati scoperti e giudicati.

Molti luoghi comuni sostengono che la società dei nostri avi era migliore e che i loro valori erano certamente più solidi.

Tuttavia tali teorie sono state smentite dai fatti rivelando a posteriori fatti scabrosi che la società benpensante di qualche decennio fa aveva tenacemente nascosto.

Il trascorrere del tempo ha dimostrato come i differenti aspetti delle varie società, si somiglino in tutte le epoche e di come sia stato possibile mascherare piccoli o grandi misfatti che gli uomini hanno compiuto.

I fatti che questo libro presenta sono tutti realmente accaduti, anche se talvolta sono stati traslati in luoghi e momenti diversi od attribuiti a nomi che non sono quelli reali e vogliono sottolineare l'esplosione di taluni fenomeni umani di tipo cosidetto scandaloso o trasgressivo di regole imposteci dal buonsenso comune o dalle varie religioni e sono molto più frequenti di quanto taluni pensino o vogliano pensare.

Il filo conduttore di quest'insieme di avvenimenti ; che comunque vive le sue emozioni più forti sulla storia di un processo clamoroso ed incredibile, presenterà storie e fatti riguardanti soprattutto le paure, i vizi segreti i desideri nascosti, quelli che molte persone agognano o temono di vivere ma non osano confessare forse neppure a se stessi.

Fenomeni come il l'infedeltà, l'omosessualità la prostituzione e la delinquenza comune piccola e grande, sono una realtà costante ed inconfutabile che è ormai davanti agli occhi di tutti e non le si può ignorare od ipocritamente nascondere, anche perché la nostra bistrattata società moderna, sta sempre di più mettendo a nudo vizi e peccati inconfessabili degli esseri umani di ogni epoca e che, nonostante tutte le critiche mossegli e grazie anche alle moderne tecnologie, ha messo a conoscenza di tutti, sbattendole in faccia anche a coloro che ipocritamente facevano finta di non conoscerle.

 

PERSONAGGI

In ordine d'apparizione

Guido: Cantante attrazione del gruppo artistico
Alberto e Gloria Presentatori dello spettacolo
Gigi Imitatore
Luigi detto il doc Musicista pianista
Maddalena Cantante ed ex fiamma di Guido
Vanessa Cantante e nuova fiamma di Guido
Gilda Madre di Vanessa
Rocco Ex marito di Vanessa
Piero Musicista batterista
Carlo Musicista bassista
Paolo Ragazzo di vita
Marzia Prima amante di Paolo
Marinella Seconda amante di Paolo
Norberto Intellettuale omosessuale
Eleonora Giovane lesbica
Stefania Giovane bisessuale
Luisa Cantante moglie di Ugo
Ugo Marito di Luisa e preda sessuale
Evelina Prima amante di Ugo
Mariella Seconda amante di Ugo
Don Il parroco
Don Gaetano Il sindaco
Claudio Primo adolescente gay
Filippo Secondo adolescente gay
Don calogero Capo della 'ndrangheta
Carmine Anima nera di don Calogero
Andrea Giovane rivale in amore di filippo
Durda Giovane prostituta croata

 

Capitolo primo

La sentenza sarebbe stata emessa di li a poco ed anche se lo sguardo del giudice del tribunale penale di Castrovillari lasciava intendere una sorta di comprensione nei confronti di quel gruppetto di artisti accusati di calunnia aggravata, questi non si aspettavano un'impossibile clemenza, soprattutto dopo che i loro tre avvocati avevano sottolineato che quel tipo di reato, comportava alcuni mesi di prigione, anche se una buona parte sarebbero stati condonati, visto che tutti erano incensurati.

I tredici accusati, più colui che era stato il loro impresario artistico, si trovavano davanti ad un giudice del tribunale penale di Castrovillari dopo aver subito tutte le indagini preliminari a Roma ed a Cosenza, a causa di infrazioni gravi al codice penale italiano commesse nell'ambito dello spettacolo itinerante che faceva da cornice all'artista attrazione che era Guido Renzi.

L'incredulità e lo stupore apparivano evidentissimi negli occhi di tutti tranne forse in quelli di quest'ultimo e non tanto perché non ne fosse altrettanto stupito, ma perché in quel momento sembrava distratto, lontano col pensiero, come se stesse rivivendo quei burrascosi avvenimenti attraverso un film velocissimo che ritornava immancabilmente a quell'incredibile situazione che aveva visto i tredici artisti passare da accusatori ad accusati, in atttesa di un ineluttabile verdetto che comunque avrebbe potuto imprigionarli per dei lunghi, terribili ed ingiusti mesi.

Come lui, anche tutti gli accusati stavano provando un sentimento di smarrimento oltre che di profonda preoccupazione, poiché quello che la logica faceva presagire, non lasciava molti dubbi. Tutti avrebbero subito una condanna penale.

Forse per tale terribile realtà quel piccolo gruppo di artisti sembrava allucinato, assente, lontano nel tempo e nei ricordi, ed ognuno, contemporaneamente e nello spazio di pochi secondi, stava pensando al perché si trovava in quel tribunale rivivendo le tappe cruciali che lo avevano portato a far parte del gruppo artistico di Guido ed in conseguenza nel tribunale penale di Castrovillari.

Guido era stato un cantante che aveva conosciuto una buona popolarità qualche anno prima, ma non ci aveva mai creduto profondamente e ne era ancora stupito. Non che non gli piacesse la popolarità con tutto ciò che essa comporta, ma riteneva esagerati sia i suoi ammiratori che tutti gli invasati del divismo ed ora che il verdetto di condanna quasi certa si avvicinava, sentiva ancora di più il peso di essere un artista che come tale è una sorta di proprietà pubblica, un individuo che a causa della popolarità, diventa automaticamente responsabile, quasi come un politico che, pur restando un uomo fra i tanti, è stato eletto, scelto a prendere decisioni a nome di tutti ed anche a subirne le conseguenze dirette in prima persona.

La mattina del diciotto luglio millenovecentosettantacinque, alle sei del mattino, due pulmini carichi di strumenti musicali e di artisti di vario genere partivano alla volta di una località in provincia di Cosenza per rappresentare uno spettacolo nella piazza di un paesino sconosciuto a tutta quella compagnia.

Guido doveva essere l'attrazione di quella serata. L'attesa da parte del pubblico per ascoltare certe sue canzoni era sempre stata notevole poiché in generale il pubblico lo ammirava in maniera evidente ed anche i suoi colleghi ne avevano una grande considerazione.

Il viaggio si presentava lungo e faticoso. Svegliarsi alle cinque del mattino, per poi percorrere circa quattrocento chilometri dentro un pulmino, con l'afa asfissiante dell'estate, non sarebbe stato piacevole, ma quando si è giovani ed artisti tutto appare bello, soprattutto per quelli che avevano consolidato una sorta di relazione amorosa all'interno del gruppo all'inizio della stagione estiva degli spettacoli, quando questi tipi di compagnie si formano.

Tutti sapevano comunque che con la fine degli spettacoli, quelle relazioni sarebbero finite.

Anche Alberto e Gloria lo sapevano, ma per loro era diverso. Loro erano in coppia sia nello spettacolo che nella vita privata da oltre trent'anni e tutti e due avevano deciso di concludere la loro carriera alla fine di quella stagione.

Si sarebbero ritirati nella loro casetta al mare per godere un pò della vita e dei loro nipotini che non avevano troppe occasioni di coccolare in quanto, come moltissimi artisti del vecchio avanspettacolo, lavoravano tutto l'anno; in autunno ed in inverno in teatro e durante l'estate, in gruppi musicali come quello formata dall'impresario di Guido.

Seppure apparentemente sereno, nonostante aspettasse di conoscere il verdetto che il giudice avrebbe emesso ben presto, Alberto tornò indietro nel tempo per qualche istante e rivisse alcuni momenti culminanti della sua carriera.

Da giovanissimo era stato uno dei primi ballerini italiani di tip tap molti anni prima, quando, dopo la guerra, gli americani ed il sogno americano, avevano affascinato i giovani di tutto il mondo. L'Italia usciva da una guerra disastrosa ed in tutti c'era tanta voglia di cambiare di divertirsi, di vivere ed Alberto si era lasciato affascinare dal "mondo americano" dalla sua frenesia, le sue follie, la sua musica, dai balli e soprattutto dal Tip Tap. In breve ne era diventato un autentico specialista.

Fu appunto durante una sua magnifica esibizione che conobbe la compagna della sua vita.

Gloria si affacciava allo spettacolo timidamente, era graziosa ma le mancava oltre che l'esperienza, anche quella grinta istrionica indispensabile ad un'artista della scena, quella grinta che Alberto possedeva in abbondanza e che gli permetteva di essere acclamato dal pubblico. Gloria era diversa da tutte le altre aspiranti dive. Un autentico pesce fuor d'acqua.

Riservata, gelosa della propria vita privata non aveva praticamente nulla per ambire a diventare una stella della canzone, a parte un bell'aspetto ed una voce intonata e quella sera, accompagnata dal suo vecchio maestro di canto e con una partitura musicale che le sue mani nervose stavano strapazzando, poteva essere la sua grande occasione di farsi notare e chissà, col tempo di diventare una professionista.

Il presentatore, un piccolo guitto che aveva prestato la sua collaborazione artistica in tutta Italia senza infamia e senza lode, avrebbe annunciato il suo nome al tumultuoso pubblico dell'Ambra Jovinelli; un vecchio cinema varietà nei dintorni della stazione Termini di Roma.

Gloria aveva le gambe molli e la sua partitura musicale rischiava di non essere leggibile tanto l'aveva maltrattata.

Che cosa non avrebbe fatto per ritornare a casa con un contratto, anche di solo qualche settimana. La cosa le avrebbe procurato un pò di soldi che avrebbero alleviato la miseria della sua famiglia da quando una paralisi aveva privato suo padre sia della capacità di parlare che di quella deambulatoria.

L'artista che la precedeva sul palcoscenico era quasi giunta alla fine della sua esibizione. Anche lei era giovane come Gloria e si stava meritando l'ammirazione di un folto gruppo di giovani militari che forse ne ammiravano più le belle gambe lunghe e vellutate, piuttosto che le sue doti di ballerina.

Quanto al ragazzo che ballava il rock con lei, sarebbe passato certamente inosservato se non fosse stato il fortunato compagno che poteva prendere fra le mani quel corpo giovane ed attraente.

Gloria non riusciva a capire quei ragazzi scalmanati. Per lei l'arte era sacra e non aveva alcuna relazione con i sensi ed ora che il suo momento stava arrivando, era imbarazzata al solo pensiero di come quel pubblico fosse tanto diverso e lontano da quello che aveva lungamente sognato.

Forse fu anche a causa di questi suoi preconcetti che la sua esibizione fu un mezzo fiasco. E forse fu il suo viso intelligente e pieno di personalità che la salvarono da commenti volgari che spesso dovevano subire taluni artisti dell'avanspettacolo. Sta di fatto che guadagnò solo qualche applauso di commiato col quale quel suo primo pubblico la congedava.

Quei pochi secondi furono lunghissimi per Gloria che guardava la platea chiaramente indispettita. I suoi sogni lungamente cullati erano crollati.

Non avrebbe certamente avuto un'altra occasione dato che questa era stata ottenuta grazie all'insistenza del suo vecchio maestro di canto che aveva esercitato una certa pressione sullo impresario teatrale approfittando della loro trentennale amicizia e spinto dal dovere di insistere per giustificare in parte i soldi spesi a costo di enormi sacrifici dalla mamma di Gloria per pagargli le lezioni di canto.

L'aria profondamente delusa di Gloria non era sfuggita agli occhi di Alberto che era rimasto affascinato da quello sguardo tanto carico di una dignità che non si piegava. Avrebbe voluto parlarle, sentiva che avrebbe voluto averla tra le braccia per consolarla, ma dopo qualche convenevole con l'aggiunta di auguri per la prossima volta, il presentatore che l'aveva liquidata, stava già annunciando con enfasi il suo nome.

Il tempo di sistemare bene le speciali scarpette da tip tap ed Alberto era già in scena, accolto da quel calore che Gloria aveva sognato per mesi.

L'esibizione di Alberto stava avendo il consueto successo, soprattutto perché da vero istrione della scena, alternava alla velocità ed alla precisione dei suoi movimenti, dei numeri di acrobazia che gli permettevano di continuare a scandire i suoi colpi di taccopunta.

Propio subito dopo un tale volteggio, il rumoroso pubblico aveva applaudito freneticamente e qualcuno aveva perfino fischiato all'americana, scuotendo Gloria che era rimasta in un angolo assorta dai suoi pensieri.

Tale frastuono l'aveva riportata alla realtà ed in qel momento, dopo l'ennesima acrobazia ed il conseguente rumoroso consenso del pubblico, Alberto concludeva la sua esibizione.

Tutto ciò le sembrò incredibile, non riusciva a capire il perché di tali differenti reazioni del pubblico. Non che non avesse apprezzato l'esibizione di Alberto, ma per lei ogni artista meritava l'ammirazione di chi assiste allo spettacolo.

Non ebbe il tempo di rendersi conto di quanto accadeva, soprattutto perché, a testa bassa, si accingeva a scendere la piccola scala che dal retropalco portava all'uscita secondaria del teatro; quella riservata agli artisti, quando leggera ma decisa, una mano si posò sulla sua spalla. Era quella di Alberto che con giovanile esuberanza la tratteneva.

Gloria si voltò, lo vide ancora ansimante e trovò che quel ragazzo dall'aria un po' insolente le dava un senso di serenità.

Io mi chiamo Alberto e non ti avevo mai visto prima. Tu come ti chiami? Sei in tournée qui a Roma? Chi è il tuo impresario?

Con gli occhi spalancati Gloria lo stava guradando e soprattutto ascoltando. Era incredibile. Nel giro di qualche secondo le aveva fatto un mucchio di domande ed ora che sembrava avesse esaurito la carica, le appariva un pò sprovveduto, anche se simpatico.

Mentre Alberto riprendeva fiato, Gloria continuava a guardarlo stupita. Qualcosa di magnetico spiegava il suo evidente fascino.

Non che Alberto fosse particolarmente bello, ma possedeva oltre che un indubbio talento artistico, un carisma speciale che lo rendeva sicuramente interessante e non comune.

Io, balbettò confusamente la ragazza, io mi chiamo Gloria e non sono in tournée né a Roma né altrove sia perché non ho un impresario sia perché forse non ho il talento necessario per fare la cantante.

Gloria aveva risposto alle domande di Alberto guardandolo negli occhi, senza atteggiamenti vittimistici né lamentandosi per l'incomprensione del pubblico.

Quel suo sguardo deciso e pieno di dignità, entrò come un maglio negli occhi di Alberto che ne restò affascinato e che appariva meno spavaldo e meno sicuro di sè.

Poi ripartì con la sua consueta carica.

Adesso che ho avuto qualche secondo per riflettere meglio capisco il tuo disappunto ma soprattutto capisco cosa è successo. Mentre ti esibivi parlavo con qualcuno di una cosa importante di lavoro e non ti ho visto entrare sul palcoscenico. Solo verso la metà del tuo numero, attratto dalla tua vocina ho cominciato ad ascoltarti ed a guardarti e... ma Gloria lo interruppe; dunque è vero? La mia è solo una "vocina" come dici tu....?

Ora pensava veramente di aver cullato un sogno troppo grande e se uno come Alberto, abituato al successo glielo stava confermando, allora non solo non c'era più alcuna speranza ma non avrebbe neppure recuperato un pò di soldi per aiutare sua madre.

In un momento due calde lacrime le bagnarono le guance e quando Alberto la prese dolcemente fra le braccia non oppose nessuna reticenza, sentiva di poter avere fiducia in quel giovane e, ancora di più, aveva un grande bisogno di sincero calore umano ed Alberto glielo stava dando con assoluta tenerezza.

Poi, ancora una volta, la prorompente personalità di Alberto scosse lievemente il corpo di Gloria.

No, no. Non mi hai capito. Non ho definito la tua voce come una vocina in senso diminutivo. Certo ti manca l'esperienza, quel vissuto che ti avrebbe fatto avere un altro aspetto, un aspetto d'artista insomma, ma la tua voce è pulita ed integra e con un pò di pratica migliorerà ancora.

Gloria lo stava ascoltando con un interesse particolare che non riusciva a spiegarsi.

Conosceva quel giovane da meno di mezz'ora e questi aveva già aperto una piccola breccia nel suo pensiero di semplice ragazza.

Che vuoi dire con un pò di pratica, replicò Gloria?

Beh, la pratica è quella di fare spettacoli e.... ma ancora una volta Gloria prese la parola. Ma ti ho già detto che non ho un impresario e dopo l'esito di questa sera. Questa volta fu Alberto ad interromperla.

Ascoltami con attenzione. Credo che questa sia stata la tua prima esperienza e non potevi sapere come stare su un palcoscenico.

Il pubblico vuole essere affascinato, vuole sentire nell'artista la forza magnetica che lo rende speciale, differente dalla gente di tutti i giorni, perché ha bisogno di identificare in lui un essere quasi superiore, qualcuno capace di vivere e di trasmettere in pochi istanti emozioni e sensazioni magiche ma, ancora più importante, il pubblico non conosce le tue paure, le tue indecisioni, sa solamente che se stai sulla scena è perché dovrebbe essere il tuo posto e, se saprai soffocare le tue ansie con decisione, guardando gli spettatori negli occhi, ma senza arroganza, tu li ipnotizzerai ed allora sarai un'artista.

Lentamente, come se si conoscessero da tempo, Alberto e Gloria si diressero verso la casa di lei.

Una volta arrivati, Alberto disse: Non dire niente ai tuoi di quanto è avvenuto, dì solo che fra qualche giorno comincerai le prove per una serie di spettacoli che cominceranno da Bari e si concluderanno a Roma, momento in cui potranno venire ad applaudirti.

Quella sera Gloria non aveva capito se stesse sognando o se fosse davvero possibile quanto Alberto le aveva detto e, una volta arrivata a casa, aveva deciso di dire solamente che avrebbe avuto una risposta circa un possibile contratto qualche settimana più tardi.

Tuttavia nei giorni che seguirono non ebbe nessuna notizia di Alberto che non solo quindi le aveva mentito, ma non aveva avuto neppure la decenza di dirle che le parole che le aveva rivolto erano state dettate da una sorta di commiserazione davanti al suo dispiacere.

Aveva così deciso di abbandonare le sue illusioni. Si sarebbe presentata ad un'intervista per proporsi come aiutante commessa di un grande magazzino qualche giorno più tardi.

Erano passati dieci giorni da quando Alberto l'aveva accompagnata a casa ed ormai ne mancavano solo due al suo appuntamento intervista per il posto di aiutante commessa.

Il sole era già alto e penetrava nella stanzetta di Gloria che si era data una specie di esilio volontario a causa del disagio che provava nei confronti dei suoi genitori, i quali in verità non avevano mai fatto cenno al suo fantomatico contratto, semplicemente avevano capito e, con la forza della gente umile, guardavano all'appuntamneto del lunedi successivo, con calma speranza.

Erano le quindici di sabato e la primavera aveva reso l'atmosfera meno opprimente.

I genitori di Gloria ascoltavano la radio distrattamente e Gloria stava come sempre, nella sua stanzetta e nessuno, neppure per un momento, si sarebbe aspettato quanto stava per essere comunicato loro.

Gloria! Gloria, vieni in salotto! Ce un giovanotto che chiede di te, disse la mamma.

Gloria avanzò stancamente e neppure una logica curiosità smosse la sua apatia. Solo quando vide il viso sorridente di Alberto, intuì che qualcosa d'inaspettato sarebbe accaduta.

Ciao Gloria. Speravo veramente di trovarti in casa poiché avevo una certa urgenza di parlarti.

Gloria, ancora sorpresa, lo guardava e non riusciva ad immaginare cosa avesse spinto quel giovane pieno di vita ad interessarsi a lei. Tuttavia ricollocò gli ultimi avvenimenti e sentì il suo cuore aumentare di ritmo.

Alberto l'aveva guardata con evidente interesse fin dai primi momenti ed ora i suoi occhi dimostravano chiaramente i suoi sentimenti e forse stava per confermarle quanto propostole il giorno dello spettacolo.

La signora Ippoliti interpretò tali sguardi come quelli di qualcuno che si sente imbarazzato e stava allontanandosi spingendo la sedia mobile di suo marito che invece mostrava una certa curiosità per quanto accadeva ed avrebbe voluto restare, quando Alberto disse: No, la prego signora, resti! Anzi, restate. Ciò che devo dire a Gloria interessa anche voi.

Il signor Carlo credette d'interpretare l'invito come la domanda della mano di sua figlia ed istintivamente ne fu contento. Un fidanzamento o comunque l'ingresso di un giovane nella loro casa, avrebbe apportato sicuramente un'ondata di vita e d'interesse.

La signora Renata, provata dalla durezza della vita, aveva mostrato meno interesse. Anche lei ben inteso aveva pensato alla domanda della mano della figlia e la cosa la preoccupò immediatamente in quanto, con la particolare praticità di una donna della sua condizione, realizzò che quel giovane le sembrava un pò troppo esuberante, poco affidabile ed infine, soprattutto ora che Gloria aveva messo da parte le sue illusioni artistiche, le avrebbe forse impedito di trovare quel lavoro che avrebbe potuto contribuire ad alleviare le miserevoli condizioni economiche nelle quali avevano sopravvissuto fino a quel momento.

Tuttavia non poté far nulla per allontanare quello che le appariva come ostacolo se non addirittura un pericolo, anche perché ora Gloria cominciava a realizzare quanto Alberto le avrebbe detto e guardava gli occhi tristi di sua madre come se volesse dirle di aspettare che forse qualcosa stava per cambiare nella loro vita.

Finalmente una sorta di curiosità, unita al senso di ospitalità che la contrastingueva prima della malattia di suo marito, spinsero la donna a chiedere al giovanotto di accomodarsi.

Vorrà scusarci, disse la signora Renata, ma noi siamo gente povera e quindi non potremo offrirle niente da bere, anche perché non l'aspettavamo.

Non si preoccupi rispose Alberto, ho solo il desiderio di chiedervi se vi fa piacere che Gloria firmi un contratto col mio impresario per una serie si spettacoli a partire dal primo maggio fino al trenta settembre.

Non sappiamo ancora quanti spettacoli faremo, ma a Gloria verranno garantite ottocento lire al mese se il totale sarà inferiore a quindici spettacoli al mese, dal sedicesimo in poi, avrà venti lire in più a spettacolo.

Stupore, ma anche paura di subire l'ennesima delusione, impedirono alle due donne di mostrare la loro gioia. Tutti quei soldi non li avrebbe guadagnati neppure il signor Ippoliti prima di ammalarsi.

Ma perché tanta generosità? Tanto interesse? E furono proprio quelle le parole che la signora Renata rivolse ad Alberto.

Ci furono alcuni attimi di silenzio durante i quali la mamma pensò che quell'uomo potesse "approfittare" di sua figlia e Gloria realizzò che Alberto era innamorato di lei e che probabilmente non solo aveva dovuto lottare con il suo impresario per portarla in tournée con lui, ma forse ne aveva addirittura esagerato le qualità canore per riuscirci.

Quanto al padre, il signor Ippoliti, sembrava avesse preso la cosa come "dovuta" dal destino che era stato fin troppo patrigno con lui.

I tre si guardarono negli occhi ed ancora prima di parlare, intuirono che quel giorno il loro destino stava forse per cambiare. Gloria inoltre capiva che quel giovane le piaceva e non solo come uomo possa piacere ad una donna.

Non fu difficile raggiungere accordo e dopo trenta giorni di prove estenuanti, Gloria ebbe il suo vero debutto.

Non si può dire che si fosse trattato di un grande successo per Gloria, ma fu certamente l'inizio di una carriera che seppure non le avrebbe mai dato il piacere della grande popolarità, l'avrebbe trasformata in un'artista completa, in grado di cantare, ballare, recitare e presentare uno spettacolo, ma soprattutto, di vivere la sua vita a fianco di un uomo che le avrebbe dedicato la sua fino alla fine dei loro giorni.

 

Capitolo secondo

L'attesa per il ritomo del giudice dalla camera di consiglio, dove questi si era ritirato col pubblico ministero per formulare la sentenza, sembrava non dovesse finire mai ed ognuno dei tredici artisti la viveva con evidente ansia.

Poi, ognuno con differenti sentimenti, abbandonò mentalmente quell'aula di tribunale in una sorta di ritorno al passato per cercare di capire il perché di tale situazione.

Gigi era sempre stato un grande emotivo ed ora che il successo lo aveva premiato abbondantemente facendone una stella di assoluta popolartità a livello nazionale, con tutto ciò che tale termine comporta, sembrava esprimere una profonda rabbia contro tutto e tutti.

Chi mai e perché qualcuno aveva il diritto di giudicarlo?

Perché un uomo, in nome di tutta una nazione, stava per condannarlo, frantumando un sogno ed impedendogli o frenando il suo enorme potenziale di uomo di spettacolo e quindi vivere pienamente la ricchezza dopo tanti anni di povertà vissuta nella sua modesta casa di un povero quartiere popolare della periferia di Roma?

Com'era triste l'ambiente nel quale si trovava. Per certi aspetti gli ricordava quello nel quale aveva sempre vissuto e che aveva contribuito a farlo diventare quasi un mediocre, incapace di ribellarsi ad una società oppressiva troppo più forte di lui.

Quei ricordi gli ritornavano in mente molto spesso ed in quel momento cruciale della sua esistenza, soprattutto le varie tappe che lo avevano condotto prima al grande successo, poi in quell'aula di tribunale.

Il giorno in cui aveva conosciuto Guido gli era rimasto impresso nella mente e certamente non lo avrebbe scordato mai e non solo perché aveva segnato una svolta di enorme importanza nella sua vita, ma perché ne era rimasto immediatamente affascinato.

Per lui Guido possedeva una forza magnetica fuori del comune e guardava con grande affetto oltre che riconoscenza quel suo pigmalione, mentre questi per nulla investito dal suo ruolo d'artista vedette, parlava con tutti i colleghi che avrebbero fatto parte del suo spettacolo, come si può parlare a degli amici d'infanzia, con la naturalezza che è caratteristica di chi non dà nessuna importanza ai ruoli che la vita assegna.

Questi sentimenti di viva ammirazione, uniti ad entusiasmo quasi infantile, avevano spinto Guido a sceglierlo e lui, Gigi, gli avrebbe dimostrato una totale gratitudine poiché molte volte si era chiesto: che cosa aveva spinto Guido a preferirlo ad artisti più collaudati?

Perché proprio lui che come sola esperienza aveva la partecipazione ad un concorso radiofonico per nuovi artisti e la presentazione di un vecchio artista amico di Guido che ne aveva pronosticato un sicuro avvenire?

La risposta Gigi se l'era sentita ripetere dopo ogni crisi esistenzialistica ed artistica che subiva sistematicamente e che immancabilmente cercava di allontanare con l'aiuto di Guido nel corso dei numerosissimi spettacoli vissuti assieme.

Tu sei nato per essere un grande artista gli diceva, ma non si può essere un grande, vero artista, se si è dei vanitosi superficiali.

La tua paura di non riuscire è dovuta alla tua sensibilità, al grande amore artistico che ti trasforma da uomo apparentemente anonimo, in un essere capace di trasmettere sentimenti, immagini ed emozioni che magnetizzano il pubblico fino a farlo pendere dalle tue labra. Ecco perché prima o poi diventerai un grande artista ed ecco perché ti ho voluto nel mio spettacolo.

Quel pronostico che Guido gli rivolgeva spesso, quelle parole, avevano suscitato un vivo conforto nell'animo fragile di Gigi e lo facevano riflettere sul fatto che se non ci fosse stato Guido a sostenerlo ed incoraggiarlo, la miseria, la frustrazione e l'abitudine a sentirsi un ragazzo qualunque e senza nessuna prospettiva, lo avrebbero indotto a pensare che la sua vita sarebbe stata grigia e forse neppure meritevole di essere vissuta.

Così, quando la mattina del diciotto luglio millenovecentosettantacinque, partì su uno dei pulmini alla volta di un lontano paesino della Calabria Jonica, il suo cuore si era aperto per la prima volta alla speranza che forse avrebbe potuto guadagnarsi la vita in maniera soddisfacente, facendo un mestiere che amava profondamente: l'imitatore.

Ora, tre anni dopo, un giudice che ai suoi occhi rappresentava quel piccolo gruppo di persone malevoli facenti parte del comitato dei festeggiamenti di quello sperduto paesino, stava cercando d'impedirgli di esprimersi, di vivere come in quei tre ultimi incredibili anni e niente sembrava potesse impedirglielo.

Tutto era stato camuffato. Alcuni esponenti locali di chiara matrice malavitosa, avevano testimoniato a favore dei componenti del comitato festeggiamenti contro i tredici "calunniatori" e la prima causa; quella degli artisti accusatori contro i componenti del comitato, fu vinta da quest'ultimi che quindi furono prosciolti da tutte le accuse.

Più tardi, per tutelare il buon nome del parroco del paese, nonché del presidente dello stesso comitato, fu intentata causa contro i tredici ed il loro impresario teatrale.

L'accusa era di calunnia aggravata ed ora l'incredulo Gigi si trovava in quell'oscura aula del tribunale penale di Castrovillari in attesa di un verdetto che si presentava molto negativo sia per lui che per i suoi colleghi.

Così, ancora una volta si avvicinò a Guido che aveva sempre considerato come un grande, vero amico ed ottimo consolatore, per cercare di leggere nei suoi occhi qualche segno di speranza, quasi come se questi potesse operare un miracolo, ma non trovò il coraggio di chiedergli nulla, di conoscere la sua opinione su quanto stavano vivendo perché era veramente disperato ed a parte Alberto e Gloria che si tenevano teneramente per la mano quasi come se la cosa non li riguardasse, tutti gli altri stavano vivendo momenti orribili iimmaginando in quale maniera la loro vita sarebbe cambiata dopo aver subìto una condanna che in alcuni casi avrebbe anche rovinato delle brillanti carriere.

Fra questi, quella di Luigi soprannominato il doc.

Pianista tastierista personale di Guido fino all'anno prima, Luigi era stato ottimo studente in medicina ed anche una volta laureato aveva continuato a suonare, vuoi per la grande passione; mai condivisa ma tollerata dai suoi genitori che la vedevano se non come ostacolo, sicuramente come un freno al coseguimento dei suoi studi, vuoi per l'amicizia che lo legava a Guido, vuoi infine perché aveva deciso di specializzarsi in cardio-chirurgia; cosa avvenuta brillantemente l'anno precedente la causa per calunnia.

Ora Luigi era terrorizzato dall'idea di quali danni avrebbe potuto subire la sua carriera. Tuttavia anche lui guardava a Guido come se questi potesse cambiare gli eventi, poiché anche lui gli aveva sempre nutrito una grande considerazione e non solo come artista, ma soprattutto come uomo dalle grandi capacità umane.

Quante avventure avevano vissuto insieme. Alcune gli ritornavano in mente spesso. Come dimenticare la notte in cui, dopo un primo spettacolo in provincia di Benevento, si erano recati in un paesino del Gargano dove avrebbero potuto non arrivare mai.

La stagione degli spettacoli era stata lunga e ricca di esibizioni ma proprio per questo molto faticosa.

Quella sera c'erano stati due spettacoli ed il primo era finito un'ora più tardi del previsto, ed era quindi necessario mettersi in viaggio in maniera sollecita.

Luigi si era messo al volante sperando che almeno Guido potesse riposare per essere in grado di affrontare al meglio il secondo spettacolo.

I primi chilometri avevano vinto la naturale impossibilità di Guido a dormire in un'auto in movimento e Luigi ne era contento.

La notte era bellissima e migliaia di stelle illuminavano magicamente la bella e ricca campagna campana.

Tutto sembrava perfetto, ma l'innaturale silenzio che rendeva tenue perfino il rumore del motore, stava lentamente causando una sorta di sonnolenza insidiosa sulla resistenza fisica di Luigi che ad una curva ebbe un leggero sbandamento.

Fu proprio quel piccolo sbandamento a salvarli da incidente le cui conseguenze avrebbero potuto essere fatali.

Svegliato da quel movimento brusco, Guido guardò il viso di Luigi che appariva rilassato e concentrato verso il fondo di un lungo rettilineo.

L'auto viaggiava ad una velocità di circa settanta chilometri l'ora senza alcun problema apparrente e dopo circa duecento metri si intravedeva una curva quasi ad angolo retto. Guido aspettava che Luigi rallentasse in quanto quella curva era ormai a meno di centocinquanta metri.

Luigi! Luigi! Rallenta!, gridò Guido. Non vedi la curva?

In quel momento Luigi ebbe un brusco movimento ed alzò istintivamente le braccia in alto. Stava dormendo con gli occhi aperti.

Con estrema prontezza e seppure impedito parzialmente dal corpo di Luigi, Guido afferrò il volante riuscendo a pestare disordinatamente sul freno col piede sinistro.

La macchina carambolò su se stessa come una trottola, ma per fortuna non si ribaltò.

Poi finalmente, sobbalzando all'impazzata, uscì dalla strada andando a fermarsi contro una montagna di rami secchi che ne attutirono la corsa fino all'arresto completo a meno di un metro da una grande roccia.

Uscito dalla macchina Luigi ebbe una crisi di pianto quasi isterica, poi strinse Guido fra le braccia e cadde a terra spossato.

Questo ed altri episodi ritornavano nella sua mente in quei lunghissimi minuti d'attesa all'interno della Corte penale di Castrovillari.

 

Capitolo terzo

Maddalena continuava a guardare Vanessa con un'evidente ostilità e nonostante il momento avrebbe dovuto farle pensare a cose più gravi, non aveva mai né capito, né perdonato la sua collega che, ultima arrivata fra le quattro cantanti dello spettacolo, era riuscita a scivolare nel letto di Guido rubandole il posto.

Stranamente non giudicava Guido che in qualche modo l'aveva tradita preferendole l'altra, solo non ne condivideva la scelta.

Vanessa era forse più appariscente di lei, ma non più bella e ancora più importante, meno versatile a livello intellettuale.

Piccola, proporzionata, con due occhi la cui bellezza penetrante aveva aperto una breccia evidente in tutte le facoltà di Guido all'epoca della loro conoscenza, Maddalena frequentava l'università di Potenza ed era prossima alla laurea in lettere quando incontrò per la prima volta Guido che se ne era innamorato in maniera immediata ed evidente.

Erano passati cinque anni da quando Maddalena era entrata in una sorta di capannone adibito a sala prove per l'orchestra di cui era la presentatrice e la cantante.

I musicisti stavano provando alcune canzoni di Guido.

Non era certo grande quel capannone e la porta d'entrata una volta aperta, metteva praticamente in contatto fisico le persone.

Fu per questo che aprire quella porta e trovarsi con gli occhi di Guido piantati praticamente sui suoi fu istante ed in quell'istante che nessuno si aspettava, fu evidente per tutti che qualcosa d'indefinibile li aveva come ipnotizzati.

I loro occhi esprimevano un'immediata attrazione animale e, seppure non si fossero ancora parlati, tutti intuirono che i due avrebbero fatto molto presto coppia fissa.

Per due stagioni artistiche di seguito, Maddalena e Guido erano stati due amanti innamorati ed instancabili e molti pensavano che la loro relazione si sarebbe trasformata in qualcosa di stabile, nonostante Guido fosse sposato e, ancora più incredibile, nonostante nessun legame era stato mai tanto forte da frenare la sua sete insaziabile di nuove conquiste.

La bellezza femminile lo aveva sempre soggiocato anche se solo per qualche giorno o settimana e Maddalena faceva parte di quella spece rara che unisce quel tipo di bellezza delicata ma sensuale, ad una capacità di espressione che tocca i molteplici aspetti del sapere intelligente.

In altre parole Guido considerava Maddalena la sola o forse una delle rare persone che lo facevano sentire completamente soddisfatto sia da un punto di vista fisico, che forse soprattutto da un punto di vista intellettualistico.

In altre parole Maddalena era per lui l'espressione di quello che si potrebbe definire ideale quasi assoluto.

Tutto questo aveva innamorato Guido a tal punto che niente poteva frenarne gli improvvisi impulsi, fino al punto di fare all'amore con Maddalena anche in situazioni scabrose.

Ora, mentre lentamente stava tornando a rendersi conto della gravità del momento, Maddalena si domandava come fosse stato possibile che quella loro incredibile relazione fosse potuta finire e, allo stesso tempo, si stava chiedendo perché si trovasse in quell'aula di tribunale.

La sua mentalità, la sua totale apertura al mondo, le impedivano di capire il perché un prete di campagna e tre uomini anonimi ed insignificanti, la stavano accusando di calunnia.

Quale diritto avevano quegli strani individui di frenare la sua vita?

Dove erano andati a finire i diritti sanciti da tutti i Paesi democratici per i quali se si subiscono abusi come quelli subiti da lei e da tutto il gruppo degli artisti in quel lontano diciotto luglio millenovecentosettantacinque, si ha il diritto di rivolgersi alle autorità?

Cosa non era successo quella sera?

Velocemente le stavano tornando in mente degli episodi d'incredibile violenza; schiaffi, tentativi di abusi sessuali, spintoni, perfino pugni contro tutti gli accusati, colpevoli, secondo gli organizzatori, di aver volontariamente boicottato la festa del santo patrono del loro paese ed ai quali non veniva concesso alcun diritto di parola o di difesa, poiché ad ogni tentativo di spiegazione, venivano zittiti con spintoni, schiaffi o minacce.

Era ancora incredula. Come era possibile che un popolo come quello italiano avesse permesso a quella gente di abusare in tutti i sensi di persone che non avevano fatto assolutamente niente di male a nessuno?

Che orribile esperienza aveva subito e quando alle quattro del mattino, il gruppo di artisti di cui faceva parte era stato cacciato a calci e sputi dal paesino, le sembrò di essere uscita da orribile incubo. Il resto era ancora impresso nella sua mente.

Partiti da quel posto infernale ed arrivati al paese più prossimo, tutti si erano recati dai carabinieri per denunciare i fatti.

Poi il primo processo, fatto in assenza dei tredici accusati a causa degli innumerevoli impedimenti sia di ordine artistico che sociale, con assoluzione per tutti i componenti del comitato feste e successiva denuncia degli stessi dei tredici calunniatori, che avrebbero inventato tutte le accuse di estorsione, intimidazione, percosse, sequestro di persona e tentativo di abuso sessuale. Tutti reati gravissimi che avrebbero potuto far condannare quella gente a molti anni di prigione.

Tre anni dopo, col cuore che voleva schizzarle fuori dal petto, Maddalena aspettava di essere condannata e subire alcuni mesi di prigione.

Ma com'era successo tutto ciò? Era davvero tutto troppo assurdo.

Tuttavia la realtà era davanti ai suoi occhi e niente poteva cambiarla, ma la disperazione imponeva delle spiegazioni.

La paura ed il vano desiderio di dare una spiegazione a tutti i suoi dubbi indussero la sua mente ad abbandonare quel luogo orribile che era l'aula del tribunale e la sua mente tornò indietro al novembre millenovecentosettantaquattro l'anno prima del dramma che era avvenuto in quel lontano, sconosciuto paesino calabrese.

Guido aveva fatto delle autentiche follie per lei. Mai avrebbe potuto scordare quel giorno in cui si era presentato a casa sua e davanti ai suoi genitori esterefatti ed al suo incredulo fidanzato che avrebbe dovuto sposare qualche mese più tardi, era venuto a "reclamare" la sua donna, raccontando di come mai nella loro vita i due avessero conosciuto l'estasi di una totale complicità, assieme alle assolute affinità che facevano dei due una coppia indissolubile e di come non avesse nessun valore un fidanzamento fra la sua donna e quel ragazzo in quanto, in maniera molto esplicita, Maddalena lo aveva inficiato con i fatti, col suo enorme amore per Guido e quando gli esterefatti genitori della ragazza gli negarono ogni diritto, aveva perfino aggiunto che avrebbero dovuto ringraziarlo poiché col suo intervento, aveva impedito di fatto un matrimonio destinato fin dall'inizio al fallimento.

Come avrebbe potuto scordare la volta che, incapaci di frenarsi, avevano fatto all'amore nella sacrestia della chiesa dove erano accampati con tutti gli altri artisti per preparare lo spettacolo del santo patrono del villaggio e dove, sorpresi dal parroco, avevano rischiato una grave denuncia per fatti osceni che per di più erano avvenuti in un luogo sacro?

Ma, ancora più incredibile; come aveva potuto scordare la loro enorme intesa intellettuale che li aveva visti parlare per ore e che non si arrestava neppure quando facevano all'amore?

Tutto ciò passava nella mente di Maddalena che stava rivivendo in maniera struggente quei momenti mentre i minuti passavano lenti e la sentenza sembrava ormai imminente.

Il millenovecentosettantaquattro sarebbe restato scolpito nella sua mente forse per sempre.

Aveva vissuto quasi interamente con Guido anche durante l'inverno, quando nonostante fosse impegnatissimo con le registrazioni televisive un pò in tutta Italia, Guido andava a trovarla spesso nella sua cittadina in Lucania.

L'estate poi era stata un'esplosione d'amore nel senso più totale del termine, fino al punto che tutti sapevano delle loro follie erotiche, ma anche dei lunghi isolamenti che i due cercavano, quando inesauribili parlavano per ore di filosofia, di antropologia e di un loro grande amore comune: il teatro greco.

Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane, i grandi autori del teatro greco, sembravano nomi astrusi, noti solo ai due incredibili amanti che spesso usavano metafore per le quali si riconoscevano in Afrodite e Dioniso e quindi nella la parte irrazionale della natura umana, qualcosa che li faceva sentire assolutamente diversi da tutti ponendoli allo stesso tempo in uno spazio irreale.

Qualche settimana dopo che i due si erano conosciuti, subito dopo le prove che facevano tutti i giorni e per ribadire il suo nascente potere su Guido, Maddalena gli aveva parlato per la prima volta del suo amore per il teatro greco. La sorpresa di questi fu grande poiché provava le stesse emozioni e gli stessi interessi che gli occhi sognanti della ragazza gli esprimevano.

Ne nacque un vivace dibattito ed un interesse comune che aveva cimentato ulteriormente la loro reciproca attrazione.

Poi una sera Maddalena fece una sorpresa a Guido: domani sera sei invitato a teatro disse. Ci sarà l'Antigone ed io sarò la protagonista.

Maddalena possedeva veramente delle straordinarie doti interpretative ed impersonò il ruolo di Antigone in maniera epidermica, penetrandone le emozioni più sublimi fino a provocare una viva emozione in tutti gli spettatori e soprattutto in Guido che se ne sentì ancora più innamorato.

Da quel momento in poi era talmente evidente la loro enorme passione reciproca, che nessuno avrebbe potuto dire che quello non fosse un vero grande amore.

Quanti ricordi affluivano nella sua mente.

Come dimenticare quella notte che, soli ed in macchina mentre si dirigevano verso il paese che avrebbe ospitato il loro spettacolo, Guido fu assalito da una tremenda crisi di pietre ai reni ed incapace di guidare, le aveva ceduto il volante e lei, con le lacrime agli occhi lo aveva trasportato all'ospedale più vicino e lo aveva assistito amorevolmente tutta la notte, senza lasciarlo un solo minuto, vegliando il suo sonno agitato, dividendo con lui dolore ed attesa.

Poi all'alba, quando nessuno circolava in quella piccola stanza di uno speduto ospedale, Guido si era svegliato e, con la più grande meraviglia del mondo, Maddalena si era sentita di colpo compartecipe di un desiderio che era chiarissimo negli occhi di Guido ed avevano fatto ancora all'amore come due adolescenti incoscienti.

Finita quella stagione estiva, Guido era tornato a Roma per i suoi impegni televisivi e qualche tempo dopo ebbe l'offerta di una serie di spettacoli negli USA.

Maddalena ne fu contenta e mai avrebbe potuto immaginare che quel viaggio avrebbe rappresentato la fine della sua straordinaria relazione con Guido, che proprio li avrebbe conosciuto la sua rivale, quella che l'avrebbe scalzata dal "suo" posto assolutamente privilegiato.

 

Capitolo quarto

La comunità italiana di Chicago nell'Illinois, aveva allestito dei grandi festeggiamenti in onore del cantante proveniente "direttamente" dall'Italia e Vanessa, ventenne ragazza i cui genitori erano originari dell'Abruzzo, sarebbe andata al concerto di Guido, anche per cercare di uscire definitivamente dall'incubo che aveva vissuto.

Di sicuro una serata di festa poteva essere una buona occasione per conoscere gente nuova; aveva suggerito sua madre.

Guido era arrivato qualche giorno prima per poter provare le canzoni del suo repertorio con l'orchestrina locale ed era stato alloggiato in un albergo molto vicino al locale dove avrebbe dato il suo concerto, ma in realtà ci andava solo a notte inoltrata perché era sempre ospite, ora di questo, ora di quello e molti dei futuri spettatori assistevano alle prove che faceva con tale orchestrina giorno dopo giorno.

Il pomeriggio del terzo giorno anche Vanessa, spinta ancora una volta da sua madre che la vedeva isolarsi pericolosamente, andò ad assistere alle prove dove arrivò con un certo anticipo poiché sua madre aveva detto che per occupare un buon posto vicino all'artista, bisognava arrivare prima degli altri.

Questo strano modo di permettere al pubblico di presenziare alle prove, aveva un pò stupito Guido che temeva di avere meno spettatori il giorno dello spettacolo, ma l'organizzatore, un simpatico barbiere di nome Pasquale, molto conosciuto ed apprezzato dalla comunità italiana, lo aveva tranquillizzato: i biglietti erano già stati tutti venduti. Inoltre da un paio di anni quella di fare assistere il pubblico alle prove, era diventata una consuetudine oltremodo positiva perché, come amava ripetere, creava un miglior feeling fra artisti e spettatori.

Così, anche perché le poche ore che restava da solo in albergo lo annoiavano, quel pomeriggio anche Guido arrivò in anticipo al locale dove provava.

C'era un gran silenzio quando entrò, un silenzio che lo immalinconiva, ma non ebbe il tempo di pensarci troppo, perché qualche minuto dopo il vociare gioioso di una donna lo fece tornare alla realtà. La voce era quella della signora Gilda la madre di Vanessa, che avvicidoglisi disse:

Ciao Guido. Benvenuto a Chicago. Posso avere autografo in anticipo?

Mentre si apprestava a prendere una fotocartolina, Guido non aveva notato Vanessa che un pò indifferente si era seduta vicino al piccolo palco della orchestra in un angolo poco illuminato. Tuttavia fu la signora Gilda che, prendendolo per mano, lo condusse da sua figlia. Questa è mia figlia Vanessa disse, sono sicura che anche a lei farebbe piacere avere una tua foto.

I due si guardarono indifferenti. Vanessa forse troppo presa da certi suoi tristi pensieri. Guido perché la trovava glaciale. Tuttavia, come gli accadeva sempre, non seppe resistere all'attrazione verso quelli che sfuggivano alla sua comprensione ed in un rapido scambio di sguardi, credette di capire che l'indifferenza e l'isolamento di quella ragazza nascevano probabilmente da una sorta di ribellione, dalla incomprensione nei confronti di un mondo che doveva essere assolutamente diverso dal suo e che non voleva né poteva capire.

Sempre troppo gelosamente "protetta" dal padre, che da buon italiano di vecchio stile custodiva gelosamente la prorompente femminilità di sua figlia, Vanessa non aveva mai potuto, conoscere veramente i suoi coetanei maschi, proprio perché suo padre glielo aveva sempre reso difficile con con tutti i mezzi, impedendole sistematicamente d'incontrarli, ed anche quando sua moglie aveva protestato, perché il comportamento estremamente geloso di suo marito rischiava di compromettere il naturale equilibrio di una giovane, diceva che prima o poi un ragazzo che non volesse attentare all'onore di sua figlia, si sarebbe presentato come si conviene ad un giovane serio con intenzioni serie, a chiedere la sua mano.

Tuttavia Vanessa era troppo visibilmente bella e molto femminile per sfuggire agli sguardi ed alle attenzioni non solo dei suoi coetanei o compagni di scuola, ma anche di certi uomini molto più vecchi di lei che avrebbero fatto più di un pensiero nei suoi confronti, in barba al rispetto di certi valori o delle loro rispettive compagne o mogli.

Fu anche a causa di tutto ciò che una volta finiti gli studi liceali si ritrovò praticamente prigioniera o comunque isolata in una casa alla periferia di un paesino ai piedi della Maiella, cuore montagnoso dell'Abruzzo e luogo di provenienza di suo padre, che aveva deciso di trascorrerci il suo mese di vacanze con l'intenzione di lascirci sua moglie e sua figlia, almeno fino all'autunno.

Le proteste di Vanessa, che aveva immaginato come sarebbe stato eterno quel periodo, non valsero a nulla ed ad appena una settimana dalla fine della scuola, vi si recarono.

In verità il primo impatto con quel paesino fu meno negativo di quanto Vanessa avesse immaginato.

La casa dove abitava aveva aspetto malinconico dall'esterno, ma era calda ed a dimensione d'uomo all'interno. Infatti, come molte case di campagna, era relativamente grande poiché alle origini ospitava una famiglia numerosa ed aveva i soffitti ed alcuni divisori fatti con tronchi di legno duro che le conferivano aspetto solido e per qualche aspetto elegante.

Il cibo era in gran parte di produzione locale, come anche il vino e l'olio e le avevano dato un vivo piacere. Il pane poi, l'aveva praticamente soggiocata, infatti fra lei e quelle grosse pagnotte di pane casareccio, fu subito "amore".

Il paese era davvero piccolo, e la netta differenza con Chicago, il suo aspetto a dimensione d'uomo, le avevano dato un'impressione d'indefinibile appartenenza.

In realtà i primi giorni furono un'autentica sorpresa per Vanessa che aveva esplorato il paesino in lungo ed in largo, soffermandosi per ore verso la parte est da dove poteva ammirare le incantevoli vallate e godere della fresca brezza di vento che scendeva dalla Maiella.

Sua madre, che ne aveva paventato un'autentica crisi, ne fu ancora più sorpresa e soprattutto felice, specialmente come quando verso sera Vanessa tornava a casa con le guance arrossate dal sole e dal vento e le raccontava con l'entusiasmo di una bambina, di tutti quegli spettacoli che quella natura incontaminata le regalava.

A tale stato di benessere era completamente estraneo suo padre, che passava la maggior parte delle giornate a cercare luoghi che il tempo aveva trasformato.

I suoi vecchi amici poi, o erano morti, o centinaia di altri, come lui, erano emigrati.

Cosi che alla fine si era reso conto che talvolta è meglio conservare nel ricordo le immagini e le situazioni del passato, poiché la maggior parte delle volte, riviverle dopo averle agognate per anni, si rivelano deludenti fino al punto che quello che aveva immaginato come un meraviglioso ritorno al passato ed alla gioventù, era stato utile solo perché aveva allontanato sua figlia dai pericoli di certi impudenti giovinastri e da quelli di alcuni famelici uomini che di Vanessa potevano tranquillamente essere padri.

Queste considerazioni avevano attutito molto la sua delusione.

I giorni trascorrevano lentamente e pur mantenendo una buona impressione del suo soggiorno, Vanessa cominciava a trovarlo un pò monotono.

Ormai conosceva proprio tutto di quel paesino e quello che le mancava era proprio il contatto coi suoi coetanei, poiché i pochi che incontrava o erano sposati, o troppo occupati coi lavori dei campi dall'alba alla sera inoltrata, in quanto per raggiungere i pochi spazi coltivabili era necessario camminare per chilometri, percorrendo sentieri tortuosi e poco accessibili.

L'estate era particolarmente afosa quell'anno e seppure la sua stanza era relativamente fresca, il caldo era quasi insopportabile ed all'improvviso avvertì il desiderio di cercare un pò di frescura che potesse anche rilassare i suoi nervi e placare la sua ansia. Cosi indossò dei pantaloncini corti una camicetta di cotone e si avviò ancora una volta verso la parte est del paese.

Mentre percorreva quei vicoli fatti totalmernte in pietra, Vanessa stava considerando da quanti anni, o forse secoli esistevano, quando la sua attenzione fu attirata verso la parte alta delle case, le quali, per ovvii motivi di spazio, erano attaccate l'una all'altra come si trattasse di unico lungo edificio e ancora una volta pensò a come quella realtà fosse totalmente differente da quella nella quale era nata e cresciuta.

Le case percorrevano la parte alta ed i lati di una montagna quasi in equilibrio, lambendo molto spesso dei precipizi che, seppure protetti dagli immancabili muretti di pietre accatastate ed incastrate una sull'altra, le mettevano i brividi.

Fu per questo motivo, ma anche perché guardando in alto non aveva notato sul selciato una pietra sporgente che stava per cadere in terra, quando si accorse di un altro vicolo alla sua sinistra i lati del quale presentavano due grossi anelli di ferro arruginiti che erano serviti forse per legarvici gli animali da soma.

Istintivamente, per non cadere in terra, ne afferrò uno e sullo slancio entrò in quel vicolo che stranamente non aveva mai percorso.

Nello stesso istante che i suoi ricordi l'avevano riportata in quel paesino dell'Abruzzo, la voce di un usciere del tribunale di Castrovillari chiamava all'appello il piccolo gruppo di artisti. La corte stava ritornando in aula.

Gli occhi e le orecchie dei tredici accusati, erano protesi verso la piccola ma elegante figura del giudice e paura mista a speranza trasparivano in modo evidente dai loro visi. Avrebbero conosciuto finalmente il verdetto.

Ma non fu così, perché nonostante tutte le reiterate puntualizzazioni del pubblico ministero che aveva sottolineato come le prove dimostrassero la colpevolezza degli accusati, qualcosa non aveva convinto del tutto il giudice che aveva quindi deciso di di fare ancora alcune domande agli stessi.

Questo aveva aperto qualche speranza nei cuori di tutti e non solo per l'imparzialità che il giudice stava dimostrando, ma anche perché credettero che forse ci potesse essere qualche ragionevole speranza se lo stesso giudice aveva dei dubbi.

Tuttavia man mano che gli artisti venivano nuovamente interrogati singolarmente, nulla di nuovo sembrava emergere e lo sconforto stava nuovamente dilagando.

Uno dopo l'altro, in quell'aula del tribunale che appariva ancora più fredda ed ostile, tutti avevano confermato la loro versione dei fatti, sia perché non ne esisteva un'altra, sia perché tutti e tre gli avvocati che li rappresentavano, avevano sottolineato che aggiungere nuovi dettagli inesatti o avventati, poteva essere controproducente.

Così tutti avevano confermato quanto avevano già detto nella prima udienza.

Restava Guido che il giudice aveva deciso d'interrogare per ultimo, quasi come se avesse voluto concedergli più tempo per riflettere, per meglio ricordare ed argomentare.

Questo fatto ed una certa simpatia che il giudice aveva dimostrato per lui fin dalla prima udienza, erano l'ultima speranza prima di una condanna annunciata che comunque avrebbe costituito un antecedente giudiziario troppo pesante, anche nell'improbabile possibilità di non subire una pena carceraria nel caso che il giudice avesse voluto e potuto evitare la prigione ai tredici accusati.

Così, mentre lentamente si avviava a confermare che avrebbe detto la verità, solo la verità e nient'altro che la verità, Guido stava ripercorrendo quei drammatici momenti vissuti al primo piano della casa di un componente del comitato festeggiamenti del paesino calabrese e l'idea che correva il rischio addirittura di finire in prigione lo stava divorando.

Com'era possibile una tale assurdità?

Tutto quanto stava vivendo aveva dell'irreale, soprattutto nella sua mente, abituato com'era ad un certo tipo di logica che lo portava inevitabilmente a cozzare contro tutto e tutti, per il suo assoluto bisogno di capire il perché più profondo delle cose. E nella disperazione della sua incomprensione, si trovò per qualche istante smarrito e come catapultato all'indietro in quel luogo lontano ed assolutamente diverso dal suo mondo e, nonostante il momento fosse davvero cruciale, nello spazio di qualche secondo ripercorse ancora una volta quell'incredibile via crucis che aveva conosciuto assieme ai suoi dodici sfortunati colleghi, mentre lo sguardo del giudice lo stava scrutando attentamente.

Nello stesso momento Vanessa stava vivendo forse le stesse emozioni e le stesse paure di Guido, che però dovette forzarsi per rispondere alle ultime domande del giudice e, forse per la prima volta in vita sua, fu assalito dalla paura di quanto poteva accadergli tanto che gettò uno sguardo verso la sua donna come se cercasse il suo sostegno morale, ma il momento era talmente da panico che questa aveva nuovamente abbandonato mentalmente quell'aula di tribunale quasi come se cercasse delle risposte ai suoi infiniti dubbi e paure e stava ripercorrendo le differenti tappe di quell'incredibile storia.

 

Capitolo quinto

Quello nel quale i tredici malcapitati artisti avevano vissuto l'esperienza piu difficile ed incredibile della loro vita, era davvero un piccolo agglomerato di case arroccate su una montagna dell'entroterra jonico in provincia di Cosenza, e per raggiungerlo era stato necessario percorrere diversi chilometri di strada sconnessa e polverosa.

I terreni, quasi tutti a valle, erano piccoli e poveri e, una volta in paese, si arrivava direttamente su una piazzetta ovale che terminava su uno strapiombo in verità molto pericoloso perché non c'era nessun tipo di protezione contro eventuali cadute a valle.

Le case erano ovviamente attaccate una all'altra ed avevano aspetto molto modesto.

In conclusione niente avrebbe potuto far pensare o credere che quel paesino potesse essere ambito, né economicamente né politicamente. Eppure due fazioni politiche se ne contendevano l'amministrazione quasi in maniera feroce e comunque senza esclusione di colpi, tanto è vero che l'anno prima, la stessa festa, non ebbe luogo perché la fazione politica avversaria a quella degli organizzatori, ne aveva impedito la realizzazione corrompendo e pagando il gruppo di artisti invitati che quindi non si presentarono allo spettacolo facendo fare una figura meschina agli avversari politici.

Almeno questo era quanto avevano pensato gli organizzatori.

Questi, ed antichi rancori sul tipo delle faide, avevano creato lo spaventoso ambiente che era letteralmente esploso quando alle ore ventuno del diciotto luglio millenovecentosettantacinque, il secondo pulmino, quello che trasportava gli strumenti musicali ed una parte degli artisti del gruppo di Guido, non era ancora arrivato in paese e la situazione diventava di colpo drammatica.

In quel momento l'esasperazione di tutti i componenti del comitato festeggiamenti aveva raggiunto il massimo di una collera incontrollabile e violenta.

Le ventuno avrebbero dovuto essere l'inizio dello spettacolo ed il fatto che l'altra metà del gruppo non era ancora arrivata, aveva fatto immediatamente pensare al boicottaggio dell'anno precedente, motivo per cui la metà circa del pubblico presente in piazza rideva in maniera evidente e provocatoria, mettendo in ridicolo tutti i componenti del comitato festeggiamenti.

Il presidente del comitato, le sembianze del quale lo avrebbero fatto pensare più un tedesco che un calabrese a causa dei suoi capelli castani chiari e di un colorito che di calabrese non aveva proprio niente, si era trasformato in una sorta di mostro spietato, soprattutto dopo che qualcuno nella piazza aveva gridato: Buffoni! Scordatevi di avere il nostro voto alle elezioni comunali.

Di colpo aveva concluso che questa seconda beffa avrebbe definitivamente affossato le ambizioni politiche del suo partito e soprattutto le sue in quanto si era candidato come sindaco alle elezioni che si sarebbero tenute due settimane più tardi.

Questo, assieme al fatto che comunque la sua reputazione ne sarebbe uscita a pezzi, aveva scatenato in lui, ma anche nei suoi colleghi, una furia violenta.

Confessate! Aveva gridato col fuoco negli occhi. Chi vi ha pagato per boicottare la nostra festa?

Tutti avevano cercato di replicare, di difendersi, di fargli capire che stava delirando e che quanto diceva era inconcepibile, ma nessuno era riuscito a formulare neppure una mezza frase, poiché ad ogni tentativo di discolpa o chiarificazione questi impediva a chiunque ogni eventuale tentativo di spiegazione e replicava gridando: No! Dite la verità.

Guido lo guardava allibito. Non fosse stato che i suoi baffi sottili erano biondi, avrebbe fatto pensare ad un dittatore invasato di altri tempi. I suoi occhi esprimevano odio profondo ed il suo modo stizzoso di muoversi, trasmetteva una rabbia evidentissima.

Tuttavia Guido aveva provato a replicare, ma ancora una volta gli era stato gridato: Confessa la verità o il pezzo più grande dei vostri corpi che uscirà da questa stanza, sarà grande come un dito.

Tutto ciò appariva come un'impossibile incubo, soprattutto perché ad ogni più piccolo tentativo di spiegazione, anche tutti gli altri membri del comitato, ormai dominati dal panico causato dagli sfottò dei loro avversari politici, rifiutavano ogni possibile spiegazione e gridavano: No! Vogliamo la verità!

L'atmosfera di quella grande stanza che dal primo piano di un caseggiato dava direttamente sulla piazza, era diventata non solo irrespirabile, ma anche pericolosa poiché nel frattempo si erano fatte le ore ventidue e del secondo pulmino non c'era alcuna notizia.

Dov'è il vostro impresario? Aveva gridato furibondo il parroco del paese. Cercate Enzo. Lo metteremo a confronto con questi farabutti.

Enzo era l'impresario del gruppo degli artisti ed era arrivato in paese in ritardo ma giusto in tempo per capire cosa stesse accadendo. Cosi, memore di quanto sapeva era successo l'anno prima, aveva deciso di tornare al bivio che dalla strada statale jonica porta al paese.

Avrebbe aspettato il secondo pulmino e sarebbe tornato in piazza come una sorta di salvatore della patria.

Ma non fu fortunato poiché un simpatizzante politico degli orgnanizzatori, lo aveva notato proprio in quel bivio e, essendo arrivato in paese qualche minuto prima che il parroco ne aveva domandato la presenza, lo informò immediatamente.

Il fatto che Enzo l'impresario, non fosse presente ed anzi, si fosse addirittura allontanato, fece chiaramente intendere le sue intenzioni disoneste e nel momento in cui la folla in piazza aveva cominciato a fare pesanti apprezzamenti sul comitato, sobillata ad arte dalla schiera politica avversa, il panico s'impadroni anche del prete che, assurdo ma vero, aveva gridato: Andate al bivio e catturatelo! Quasi come se si trattasse di un autentico criminale ricercato dalle forze dell'ordine.

Il bivio dove Enzo aspettava il secondo pulmino, distava qualche chilometro dal paese, ed i tre membri del comitato ai quali il parroco aveva gridato l'ordine di "cattura" lo raggiunsero in pochi minuti, soprattutto perché avevano percorso una scorciatoia che, seppure pericolosa per le innumerevoli frane, aveva evitato loro una lunga serie di curve.

Invasati come degli autentici giustizieri, una volta arrivati al bivio, i tre energumeni avevano fermato la loro auto nei pressi di una casa che ne impediva la visione e balzarono letteralmente sull'incredulo impresario i cui occhi esprimevano ora la paura di autentico colpevole giunto alla resa dei conti e, nonostante cercasse di spiegarsi ed opponesse una certa resistenza, fu trascinato fino all'auto e posto nel sedile posteriore impedito ad un eventuale tentativo di fuga, da due corpulenti individui che gli sedevano ai fianchi.

Il conducente aveva dimostrato tutta la sua abilità di autista spingendo sull'acceleratore in maniera forsennata e pericolosa e giunto in prossimità della piazza, aveva clacsonato ripetutamente per esigere il passaggio rapido onde consegnare tale "furfante" nelle mani della giustizia che era rappresentata soprattutto dal parroco e dall'aspirante sindaco.

Questi, come degli autentici giustizieri, lo avevano atteso sulla porta della grande stanza che dava sulla piazza e, quasi sollevandolo dal pavimento, lo avevano portato verso la finestra mostrandolo alla folla infuriata e gridando: Lo abbiamo preso!

Urla di rabbia e di minacce si levarono da vari punti della piazza.

Di li a pochi minuti, sarebbe cominciato interrogatorio che avrebbe costretto gli spauriti artisti a confessare la "verità".

Ad interrogatorio seguiva un contro interrogatorio che avrebbe smascherato le menzogne degli accusati. Sembrava di rivivere certi interrogatori della gestapo, o della santa inquisizione. Interrogatori che aspettavano ed esigevano una sola verità: quella degli inquisitori.

Mentre l'incredibile giudizio procedeva nell'intimidazione e nel totale disprezzo della dignità dei malcapitati artisti, al piano superiore Dora continuava tranquillamente a truccarsi. Dora era una donna ancora relativamente giovane e da qualche anno si era dedicata al canto e seppure non fosse né bella né soprattutto dotata di vero talento, aveva sempre trovato un impresario compiacente che, anche grazie alla sua disponibilità ed alla sua facilità nel concedere piccoli o grandi favori, l'aveva sistemata ora in un gruppo di artisti, ora nell'altro.

All'inizio di quella stagione aveva anche cercato di sedurre Guido forse per cercare di garantirsi un maggior potere nei confronti degli altri suoi colleghi, o forse anche perché pensava di poter contare su collaborazioni artistiche future, ma era stato completamente inutile, sia perché lo stesso ne aveva una pessima impressione, sia perché comunque Vanessa si era rivelata un'autentica guardiana di quello che considerava il suo uomo oltre che di colui che aveva provocato un incredibile cambiamento di direzione alla sua vita.

Cosi, nel momento in cui Guido era salito al piano superiore con l'intenzione di avvertire i colleghi che vi si trovavano di scendere al piano inferiore perché ci sarebbe stata una riunione di tutti gli artisti, che poi si sarebbero mostrati alla folla presente in piazza per cercare di placarla, Dora nel fratempo si era trasformata ed incredibilmente abbellita. Non le mancavano che alcuni dettagli, stava completando il trucco mettendo del rimmel sulle ciglie e, con la bocca semi aperta di chi tenta di tirare i tratti del viso, disse con voce lamentosa e cantilenante: Che succede?

Nonostante le urla ed i rumori di tutti i generi, Dora non aveva capito nulla. Guido la guardò sbigottito. Non possedeva certo un'intelligenza brillante, né alcun senso della realtà delle cose della vita, ma, ancora una volta aveva trasformato il suo viso da pipistrello insonnolito, in un mezzo capolavoro. Era davvero un'artista... del trucco.

Finalmente Dora, Luisa e Maddalena scesero al piano inferiore dove, assieme ai membri del comitato, c'erano gli altri componenti del gruppo che si erano praticamente raggruppati in un angolo quasi per proteggersi fisicamente.

La vista di tutti quei "malviventi" riuniti, stava per scatenare l'ira del parroco e del presidente del comitato.

Per loro la richiesta di Guido di comparire con tutti gli altri sul balcone era una stupida messinscena degna della folle teatralità di quei debosciati degli artisti.

Voi non andrete da nessuna parte se prima non confesserete; aveva gridato il parroco. Chi vi ha pagato per boicottare la nostra festa? Aveva aggiunto con gli occhi iniettati di sangue il presidente.

Gli eventi stavano per precipitare. Ho sete e fame aveva profferito debolmente Dora. Bevi le tue urine, le aveva gridato qualcuno utilizzando peraltro parole ben più volgari.

Intanto il tempo passava e del secondo pulmino nessuna notizia, tanto che, ormai convintissimo della colpevolezza di quei dannati, il parroco aveva portato delle cambiali che Enzo avrebbe dovuto firmare per risarcire almeno i danni materiali ed, al tentativo di rifiuto, si era preso un manrovescio che lo fece sanguinare dalla bocca e dal naso.

Fu a quel punto che Alberto intervenne inutilmente trattenuto da sua moglie Gloria.

Ma padre, aveva detto, mi meraviglio di lei, nostro Signore ci ha insegnato a perdonare e.... non fece in tempo a finire la sua frase che l'enorme mano del parroco, si abbatté sul suo viso accompagnata da parole inimmaginabili sulla bocca di un prete e facendo letteralmente crollare a terra il povero uomo.

A quel punto con una certa incoscienza, Guido aveva domandato di andare sul palcoscenico. Avrebbe spiegato alla popolazione che nessuna colpa poteva essere attribuita al prete o ai membri del comitato.

In un attimo ci fu il silenzio. Tormentati dal ridicolo che stavano subendo ed ancora di più, dalle conseguenze che avrebbero subìto, sia il parroco che i suoi collaboratori avevano interpretato la cosa come una pubblica confessione che li avrebbe scagionati.

Immediatamente Guido fu scortato sul palco.

La gente presente, praticamente tutto il paese, si era alzata in piedi mettendo sulle sedie ciò che aveva portato da casa come gli effetti personali e del cibo che avrebbe sgranocchiato durante lo spettacolo.

C'era grande attesa e curiosità negli occhi di tutti.

Buona sera, aveva cominciato Guido. Sono veramente dispiaciuto per quanto è successo, ma credetemi né da parte del nostro impresario, né tantomeno da parte degli artisti, c'era l'intenzione di danneggiare niente e nessuno e... ma non poté continuare poiché tutto di un colpo il presidente fu preso dal panico.

Dunque quel depravato di un artista non stava confessando, ma cercava di giustificare se stesso ed i suoi colleghi lasciando lui e tutto il comitato in serissimi problemi. Bisognava impedirglielo, ed approfittando del fatto che si era piazzato al suo fianco, lo scansò brutalmente ed urlò: Questo falso individuo ci aveva chiesto di parlarvi perché si era deciso a confessare. Avrebbe dovuto rivelarvi i nomi dei suoi complici di coloro che hanno cercato non solo di rovinare la nostra festa, ma anche di metterci gli uni contro gli altri.

Mentre quell'uomo continuava a delirare, Guido lo guardava stupito e si domandava fino a che punto si rendeva conto che stava spingendo quella gente verso reazioni estremamente violente.

Ve lo lascio, aveva gridato infine il presidente.

In pochi secondi si scatenò l'inferno. Frutta e ogni tipo di oggetti fu lanciato in direzione di Guido che stava per subire un vero e proprio linciaggio.

Forse fu il caso, ma anche la sua fortuna, che invasato che si trovava in basso e quindi vicino ai suoi piedi, lo afferrò per i pantaloni facendogli perdere l'equilibrio e facendolo cadere ai piedi del palcoscenico, dove atterrò protetto involontariamente dai corpi degli astanti.

La confusione creatasi permise infine a Guido di mettersi in salvo correndo verso la porta della casa che lo ospitava e dove stavano tutti i suoi colleghi. Ma ormai gli animi erano troppo riscaldati e la gente, sempre più furiosa, stava dirigendosi verso la stessa casa con intenzioni chiaramente bellicose.

Stava forse per accadere l'irrepparabile, quando il secondo pulmino, quello con gli strumenti e tre musicisti, fece il suo ingresso nella piazza. Erano le ventitré.

Immediatamente i membri del comitato si precipitarono verso i tre e sollevandoli letteralmente di peso, li portarono ognuno in una casa diversa.

Sarebbero stati interrogati ognuno per proprio conto, per carpire le loro contradizioni.

La folla si era relativamente calmata.

Tutti credevano che la resa dei conti era giunta e che ben presto i colpevoli sarebbero stati puniti.

Intanto i tre stavano subendo interrogatorio serrato e a nulla valsero i loro sguardi increduli o i loro tentativi di spiegazione. I sequestratori li stavano martellando, aggiungendo che gli altri avevano già confessato e che sarebbe stato assai meglio collaborare confessando a loro volta la loro colpevolezza e, beninteso, i nomi di quelli che li avevano comprati per danneggiare la festa.

Artatamente ed a turno, i sequestratori uscivano in strada gridando:

Hanno confessato! Provocando ogni volta violente reazioni sia nella piazza che nella grande stanza dove stavano gli altri e dove le intimidazioni, le percosse e gli sputi si abbattevano regolarmente su quegli esausti artisti.

Tuttavia nessuna confessione poteva essere fatta poiché niente di tutto quanto erano stati brutalmente accusati era accaduto e solo la sfortuna ed il caso avevano procurato il loro involontario ritardo.

Ma cosa era successo? E come mai il secondo pulmino aveva perso di vista quello di Guido? Innumerevoli volte i tre malcapitati musicisti avevano cercato di spiegarsi, di raccontare come tutta una serie d'incredibili contrattempi li avesse messi in grave difficoltà. Soprattutto Piero, il batterista, aveva cercato di spiegare che il loro pulmino aveva avuto dei problemi meccanici a loro sconosciuti ed a causa del fatto che era domenica e che per di più c'era lo sciopero dell'A.C.I., avevano dovuto fare l'autostop per raggiungere un paesino nei pressi di Frosinone, dove finalmente qualcuno aveva arrangiato la cosa, ma non fino al punto di eliminare il problema, tanto che una ventina di chilometri più tardi l'inconveniente si era ripresentato mettendoli nuovamente in difficoltà molto serie in quanto si rendevano perfettamente conto di essere in notevole ritardo.

Fino a che il caso venne loro in aiuto. Infatti un meccanico che stava recandosi in un paesino vicino dove ci sarebbe stata una festa in piazza, incuriosito da quel gruppo di ragazzi disperati, si era fermato, e capito il problema era tornato nella propria officina e preso il pezzo difettoso del pulmino, lo aveva sostituito permettendo finalmente ai tre musicisti di riprendere il viaggio, anche se con grande ritardo.

Tutto ciò sarebbe apparso logico a chiunque, ma non agli invasati inquisitori che in quella logica dei fatti non vedevano comunque nessuna soluzione ai loro problemi, soprattutto perché la folla, impaziente di arrivare a delle conclusioni e conoscere finalmente la verità, li stava incalzando gridando loro improperi di ogni tipo e facendo perdere loro definitivamente il controllo di una situazione che ormai stava precipitando.

Così fu deciso di portare i tre presso la grande stanza dove stavano tutti gli altri artisti e mentre si accingevano ad entrare, il parroco si indirizzò a tutti dicendo che ora che avevano confessato, avrebbero dovuto firmare una dichiarazione di colpevolezza. Tutti lo guardarono sbigottiti in quanto nessuna confessione era stata resa, ma completamente fuori di senno il parroco continuava ad esserne convinto.

Fu allora che Gigi che si era rifugiato dietro un divano urlò piangendo: Io non firmo proprio niente! Io non ho fatto niente di male! Subito un componente del comitato si lanciò verso lui per zittirlo, ma in quel preciso momento, anche perché vittima di una crisi nervosa, Gigi perse conoscenza e nonostante fosse a terra, si prese un calcione sul fianco.

Intanto il parroco stava abbandonando anche l'ultimo barlume di ragionevolezza e dirigendosi sul balcone che dava sulla piazza stava gridando alla gente:

Guardate in quali condizioni ci hanno messo questi disonesti. Sono loro e solamente loro i colpevoli. Poi, incredibile ma vero, alzando le braccia al cielo aveva gridato: Linciateli questi figli del demonio!

Quei poveri artisti non potevano credere a quello che avevano udito. Quell'omone dall'abito talare liso non aveva certamente l'aspetto di un buon pastore d'anime, sembrava piuttosto un demonio col fuoco negli occhi e il veleno nella bocca.

Finito di urlare, il parroco si diresse verso la porta per sollecitare i più scalmanati ad entrare in casa ed eseguire la sua sentenza.

Nello stesso tempo due dei tre carabinieri che stavano nell'interno della stessa casa, si rivolsero agli artisti dicendo: Noi non vogliamo rischiare la nostra pelle a causa delle porcate che avete commesso e, così dicendo si stavano avviando verso la porta d'uscita. Fermatevi, urlò Guido. Se ci abbandonate qui vi renderete complici di un crimine e dovrete solo pregare che io non esca vivo da questa stanza che altrimenti affronterete il tribunale militare.

In quel momento dopo che il parroco aveva appena aperto la porta, il terzo carabininiere che stava fuori davanti alla casa per impedire disordini, interpretò l'apertura della stessa da parte del parroco, come invito a raggiungere tutti gli altri visto quanto stava per accadere.

Chiuderla subito dopo, fu istintivo da parte del giovane carabiniere che evidentemente aveva una paura sacrosanta.

Tuttavia la folla era ormai scatenata ed i più animosi stavano addirittura tentando di abbatterla a spallate, quando il padrone di casa, nonché membro del comitato, per timore di subire danni, l'aprì.

Immediatamente ci fu un tentativo di caccia all'uomo e qualcuno fra i persecutori, approfittò meschinamente per stringere e palpeggiare le ragazze in maniera sporca col pretesto d'impedire loro di fuggire.

Vieni qui puttanella, aveva gridato un rozzo individuo afferrando e strigendo brutalmente una delle cantanti.

Lo sappiamo che sei abituata alle menzogne come tutti i tuoi colleghi, e che come loro sei una depravata, allora non fare la santarellina. Io ti mostrerò cosa è un vero uomo.

E così dicendo la spinse sopra un divano palpeggiandola in modo osceno e vergognoso e frugando alcune parti intime del suo corpo.

Quello che stava accadendo era davvero inimmaginabile ed ancora una volta fu Guido che urlò al brigadiere: Faccia qualcosa per Dio!

Questi, preso a sua volta dal panico, estrasse la pistola e, tolta la sicura sparò un colpo sul soffitto. Immediatamente i suoi colleghi cercarono di imitarlo ma non ebbero il tempo di sparare in quanto, fortunatamente il colpo di pistola del brigadiere, spaventò anche i più scalmanati, ed approfittando del timore provocato, questi riprese possesso del proprio ruolo. Infine, aiutato dai suoi commilitoni, mise alla porta tutti gli estranei.

Intanto si erano fatte le tre del mattino. Nella casa restavano ancora: il parroco, il presidente, i tre carabinieri, il proprietario della stessa, l'impresario ed i tredici artisti completarnente stremati.

Nella piazza tuttavia c'erano ancora una trentina di persone che ci restarono fino alle quattro, momento in cui i tredici sventurati, dopo che il loro impresario fu costretto con la forza a firmare le cambiali che avrebbero dovuto risarcire almeno parzialmente i danni economici subiti, furono accompagnati fino ai loro pulmini, subendo però gli ultimi insulti e qualche sputo.

Un'ora più tardi, il gruppo entrava in un comando di carabinieri di una località vicina e sporgeva denuncia per sequestro di persone, intimidazioni, minacce, percosse, abusi sessuali, estorsione e sequestro di persone. Reati che potevano costare diversi anni di prigione agli autori di tali crimini.

 

Capitolo sesto

La voce del giudice che invitava Guido a fare l'ultima possibile dichiarazione che lasciava in piedi ancora qualche piccola speranza, aveva riportato Vanessa alla realtà del momento.

Tuttavia non ebbe la forza di concentrarsi per ascoltare quanto questi stava per dire. Quei ricordi orribili, le ore interminabili passate in tribunale, avevano rinnovato tutte le sue ansie oltre che il terrore di eventi che probabilmente non avrebbe scordato mai più.

Poi, inorridita per quanto poteva subire e quasi a volersi estraniare da quell'orribile realtà, si costrinse a tornare col pensiero a quel paesino sperduto fra le montagne d'Abruzzo, a partire dal quale la sua vita aveva cambiato completamente direzione facendole vivere emozioni fortissime che la tenevano sospesa ad un filo, dandole al tempo stesso la profonda angoscia di un imminente giudizio che avrebbe potuto addirittura portarla in prigione.

Nello spazio di pochi secondi, come in un film che torni indietro, rivide la sua mano aprirsi e lasciare la presa dell'anello di ferro al quale si era aggrappata per non cadere in terra, e si e percorrere quel vicoletto che non aveva mai notato prima e che la incuriosiva.

La stradina si inerpicava sempre di più serpeggiando ora a sinistra ora a destra, passando davanti a delle piccole porte in legno consumate dal tempo che davano l'impressione non si aprissero che all'immaginazione. Tutto ciò affascinava Vanessa.

Quel paesino era davvero totalmente diverso dalla sua città nativa, tuttavia qualcosa di atavico la faceva sentire a casa sua, anche se non riusciva a capire perché e non le sembrava vero, come se appartenesse alla fantasia di un vecchio poeta e la cosa le dava una sorta di calma interiore.

Quanto lavoro era costato edificare quelle case tutte in pietra scavata dalle montagne circostanti. Ogni portale era fatto ad arco romanico e della terra mista a calce che il tempo aveva solidificato come cemento, rendeva quelle mura impenetrabili.

In alto dei comignoli erano la testimonianza della vita delle case di quelle genti.

Non era difficile immaginare gli interni, tutti raccolti intorno al camino della cucina dove nei lunghi inverni le famiglie rinnovavano dei rituali vecchi di secoli.

Una tavolata semplice ma ricca di calore umano, precedeva il momento nel quale tutti i membri della famiglia si riunivano per parlare di quanto avevano fatto durante il giorno, e programmavano il duro lavoro del giorno seguente.

Mentre Vanessa immaginava tutto ciò, si trovò improvvisamente nel punto più alto del paese e ne fu contenta perché ormai aveva il fiato corto, ma soprattutto, perché ora poteva godere di un panorama di straordinaria bellezza.

La catena montuosa della Maiella e la vallata ai suoi piedi erano uno spettacolo incomparabile e l'odore della natura la inebriava in maniera totale.

Ora poteva capire suo padre e la malinconia che velava i suoi occhi quando le parlava di quel paesino.

Che aria meravigliosa, che senso di immenso pensava Vanessa mentre respirava a pieni polmoni serrando gli occhi quasi come volesse fondersi con quella natura. Poi, aprendoli di nuovo per continuare a godere di tutto ciò che la circondava, la sua attenzione fu attirata da qualcuno che arrivava su quel piazzale bruciato dal sole.

Non poteva ancora vedere bene la persona in quanto una piccola siepe ne impediva parzialmente la visione, ma quando questa le si trovò a meno di dieci metri, credette di sognare.

Un ragazzo che doveva avere pressappoco la sua età, camminava verso di lei, e, nonostante l'aspetto trascurato ed i vestiti vecchi e logori, pensò fosse una visione, qualcosa d'irreale, d'inimmaginabile soprattutto in quel contesto dove non c'erano praticamente giovani e, quei pochi che aveva incontrato erano rozzi ed abbrutiti dalla vita.

Ne era certissima, non aveva mai visto un ragazzo che potesse confrontarsi a quello che gli stava davanti. La sua bellezza era straordinaria, il corpo agile ed il viso incomparabile.

Erano passati pochi secondi da quella visione e lo stupore nei suoi occhi sarebbe stato evidente in chiunque avesse guardato il suo viso. Quando, come impaurito, il ragazzo scomparve dentro ad un viottolo.

Realizzato che non si era trattato di un'immaginazione, Vanessa avanzò lentamente verso quella stradina e la percorse tutta fino all'intemo di un piccolo spiazzo che non aveva accesso a nessun'altra strada, tranne ovviamente ai portoncini di alcune abitazioni dentro uno dei quali sicuramante quel giovane era entrato.

Cosi tornò indietro fino al punto dove aveva incontrato quel ragazzo, come se sperarasse di trovare un'altra uscita, un'altra soluzione, ma di questi nessuna traccia. Si diresse allora verso la scarpata da dove era arrivato, ma si rese conto che, a parte qualche piccolo sentiero sconnesso che forse solo i muli o le capre potevano percorrere, non c'era altro che un precipizio molto profondo e pericoloso.

Stupore e delusione apparivano chiaramente sul suo Viso. Aveva dunque solamente immaginato di aver visto quel ragazzo? Certamente no.

Con questa convinzione ripercorse il tortuoso vicolo che l'aveva condotta fin li, poi rassegnata si era diretta verso casa.

Quando verso sera incontrò suo padre, gli rivolse subito la domanda che le stava a cuore, ma questi, memore di tutti gli assedi che sua figlia doveva subire da tutti i ragazzi e gli uomini che la incontravano a Chicago, un pò perché in realtà non conosceva quasi più nessuno del suo paese natale, la liquidò bruscamente senza troppi commenti.

I giorni seguenti furono lo replica del primo: la ricerca estenuante ed inutile di quel ragazzo fino a che, pur convinta che da qualche parte doveva pur stare, aveva pensato di rinunciare a cercarlo, ma senza mai rassegnarsi veramente.

Tutti l'avevano sempre considerata bella e molto attraente e seppure il soggetto delle sue ricerche incarnava la bellezza maschile assoluta, si domandava perché mai si nascondesse rifiutando la sua amicizia.

Come se non bastasse le ragazze che aveva visto in paese ed anche nei dintorni, non potevano neppure lontanamente paragonarsi a lei in quanto a bellezza e fascino femminile.

Mentre pensava con la testa bassa e ripercorrendo ancora una volta la stradina dove quel ragazzo era sparito, vide aprirsi una minuscola finestrella al livello del selciato. Istintivamente guardò l'interno di quella spece di sottosuolo ed il viso preoccupato di quel giovane tanto cercato le apparve a poco più di un metro.

Era ancora più bello di quanto avesse intravisto la prima volta e sùbito si piegò sulle ginocchia per cercare di parlargli, ma questi rapidissimo chiuse e sprangò la finestrella in un baleno fra la costernazione di Vanessa.

Nessuno mai, neppure i più insolenti e presuntuosi fra i suoi corteggiatori l'avevano trattata cosi. Ma chi credeva di essere? Cosa gli dava il diritto di essere tanto maleducato da non fargli rispettare neppure la più piccola regola del saper vivere?

Furiosa ripercorse la viuzza in senso inverso e si trovò ancora nel punto dove aveva incontrato quel giovane per la prima volta.

Qualcosa le bruciava dentro, e nonostante avesse deciso di abbandonare l'idea di parlargli, era evidente che la tentazione non l'abbandonava un solo istante.

Cosi, senza rendersene conto, si avviò verso la scarpata da dove era spuntato il giovane misterioso.

Questa volta, spinta anche un pò dalla rabbia, percorse qualche metro in più e, dietro ad una enorme siepe di ginestro scorse l'ingresso di una grotta la cui entrata però era chiusa da una rozza porta di legno.

Si avvicinò, guardò attraverso una fessura e scorse una ventina di pecore.

Questo poteva spiegare molte cose.

Quel ragazzo doveva essere un pastore, quindi con pochissima istruzione e, molto probabilmente pascolava le sue pecore su quei sentieri scoscesi alla ricerca di qualche ciuffo di erba, a partire dalle prime luci del giorno. Quindi, intorno alle dodici, che realizzò fosse più o meno l'ora del loro primo rapido incontro, faceva rientrare gli animali nell'ovile ed andava a riposare.

Così decise di tentare ancora, ed il giorno dopo si presentò nei pressi della scarpata intorno alle undici.

La sua delusione fu grande quando, arrivata vicino all'ovile aveva costatato che le pecore erano già là e non aveva potuto accorgersi che il ragazzo tanto agognato, stava in piedi su una roccia, due metri più in alto della sua testa e la stava osservando.

La cosa si ripeté per qualche giorno, quando in modo repentino, il giovane sconosciuto cambiò atteggiamento e si fece trovare davanti all'ovile.

Una strana, rapida emozione, percorse il corpo di Vanessa. Il suo cuore aveva accelerato i battiti e si stava domandando se fosse perché finalmente poteva parlargli, o perché la sua fosse molto di più di una semplice curiosità. Poi una forza irresistibile la spinse a prendergli una mano che sembrava non potesse appartenere a quel corpo perfetto in quanto era relativamente dura, certamente a causa del suo lavoro.

Ora che gli era a meno di mezzo metro di distanza e se mai potesse essere possibile, lo trovò ancora più bello, di una bellezza quasi femminea.

Stava per chiedergli il nome quando questi la precedette:

Tu sei l'americana non è vero? Vanessa sorrise e confermò con un lieve cenno della testa. Poi disse: E tu chi sei? Cosa fai? Come ti chiami? Perché non scendi mai in paese?

Come incurante delle domande, il ragazzo chiese: quando tornerai in America?

L'aria semplice e genuina di quel ragazzo la fece sorridere. Poi disse: Non lo so esattamente, mio padre ci ritornerà fra una decina di giorni. Io e mia madre credo che resteremo qui tutta l'estate e forse parte dell'autunno in quanto ho terminato i miei studi superiori e l'università non comincerà prima della metà del mese di ottobre.

Ed ora, soggiunse Vanessa, posso sapere come ti chiami? Ancora una volta il giovane non rispose e la guardava come se stesse studiandola, poi si decise: Mi chiamo Rocco ed ora devo andarmene. Se vuoi possiamo incontrarci domani. E senza aggiungere altro sparì velocemente.

Vanessa e Rocco si incontrarono nei giorni che seguirono, in maniera quasi regolare ed un giorno che erano seduti su una grossa roccia nei pressi dell'ovile, poco prima che Rocco sparisse come faceva sempre, Vanessa gli aveva preso entrambi le mani e lo aveva tirato in maniera forte ed immediata verso il suo corpo baciandolo sulle labbra. Questi non aveva né ricambiato né rifiutato, semplicemente non aveva reagito e la guardava come volesse studiarla capirne i comportamenti ed i sentimenti. Poi, come sempre, era corso via.

La notte, magicamente illumninata da migliaia di stelle luminosissime, aveva sorpreso Vanessa ancora sveglia davanti alla finestra spalancata.

Un intenso profumo di ginestre e fiori di campo le aveva riempito le narici dandole dei brividi di piacere. Dalla sua camera poteva godere di una vista straordinaria che dava sulla valle lunga e profonda.

Erano le due del mattino ed i suoi occhi guardavano lontano ma in maniera astratta. Non erano le stelle di quel paesaggio montuoso che le avevano impedito di dormire. Vanessa era sempre stata ricca di un'intelligenza viva e complessa oltre che di una bellezza che attirava praticamente tutti i maschi di quasi tutte le età ed il fatto che Rocco non mostrasse quasi nessun interesse verso lei e che l'aveva addirittura indotta a prendere l'iniziativa attirandolo con veemenza verso se e baciandolo, sfuggiva dalla sua compreensione e non le dava pace.

Perché quel ragazzo non era attratto da lei come tutti gli altri che aveva conosciuto? Eppure non solo non c'erano ragazze altrettanto belle in quel paesino, ma considerando che le ore possibili dei giorni precedenti, erano stati praticamente sempre insieme, era molto improbabile che fosse fidanzato o comunque coinvolto in qualsivoglia tipo di relazione.

Aveva quindi deciso che, se a causa di una possibile timidezza, Rocco avesse persistito nel suo atteggiamento di indifferenza, lo avrebbe indotto a dichiararsi in un modo o nell'altro. Così quando nei tre giorni seguenti non lo aveva trovato vicino all'ovile, provò un senso di frustrazione che la prendeva alla gola e che irritava il suo amor proprio.

Ma chi credeva di essere? Come poteva essere cosi insolente da non sentire un minimo di rispetto per una ragazza che aveva sempre dimostrato del buon senso ed il rispetto dei sentimenti altrui?

Anche se avrebbe potuto permetterselo ampiamente, Vanessa non aveva mai approfittato del suo fascino e della sua enorme femminilità. Ed allora? Cosa significava quell'atteggiamento di indifferenza?

Infine l'alba ebbe ragione delle sue ansie e delle sue attese ed un sonno profondo s'impadroni di lei.

Il sole era già alto quando si svegliò, ma seppure avesse dormito a sufficienza, si sentiva distrutta. Tuttavia l'ansia di sapere rinnovò le sue forze e, vestitasi rapidamente, aveva percorso quasi correndo quei vicoli che ormai conosceva a memoria e la conducevano nei pressi dell'ovile.

La delusione di non trovarci Rocco, fu parzialmente mitigata dalla riflessione che non poteva esserci poiché nel frattempo si erano fatte quasi le due del pomeriggio, tuttavia l'attesa l'aveva sfinita e decise di andare verso lo sperone di roccia da dove ultimamente Rocco spariva correndo ogni volta che si incontravano.

Era la prima volta che si avventurava oltre quello sperone e non avrebbe mai immaginato che dietro quella grande roccia si apriva un sentiero abbastanza grande da permettere il passaggio di almeno due persone.

Arrivarci era stato molto più semplice di quanto avesse pensato e percorsi una decina di metri, si ritrovò davanti ad una spece di capanna che appariva piccola e non certo abitabile.

Ma si sbagliava perché la capanna in realtà nascondeva l'accesso ad una grotta relativamente illuminata e con sua grande sorpresa, scorse il corpo di Rocco disteso su un materasso malandato. Stava dormendo.

Vanessa si avvicinò lentamente. Uno strano sentimento stava scuotendo la sua mente e le impediva di definire la curiosità che dominava la sua volontà sempre di più.

Rocco continuava a dormire e tale situazione la spinse ad avvicinarsi quasi fino a toccarlo.

Non lo aveva mai osservato tanto da vicino ed ora che questi era immobile, poteva guardarlo in tutti i particolari. Era davvero bellissimo e si sentì percorrere da un brivido lungo tutto il corpo. Sentiva un forte desiderio di toccarlo, ma quando la sua mano si posò lieve su quel viso perfetto, Rocco si sveglio di colpo e saltò dal suo letto come animale impaurito. Poi, tra lo stupore di Vanessa disse:

Perché sei qui? Cosa vuoi? Come hai trovato il sentiero? Vanessa continuava a guardarlo, e sempre di più non capiva se i suoi sentimenti fossero di paura, di morbosa curiosità o forse addirrittura di una passione d'amore che non riusciva a spiegarsi. Poi si decise e con voce ferma disse: Io non ti capisco proprio, vivi come un selvaggio ed hai fatto di tutto per evitarmi. Perché? Posso anche non piacerti, ma una persona educata sa farlo capire con modi più civili e... ma non poté continuare perché per la prima volta lui le prese le mani e disse :

Credo che tu sia la più bella ragazza che io abbia mai visto, ma credo anche che non sia più il caso di continuare a vederci e poi tu devi ritornare in America.

Questa volta fu Vanessa ad interromperlo. Che cosa c'entra questo? Ma dove sei cresciuto per essere tanto selvaggio? E poi perché ti isoli da tutti? Non mi sembra che tu abbia problemi né psicologici, né, tanto meno fisici. Io credo che le ragazze di questo paesino sarebbero molto contente di poterti conoscere.

Rocco abbassò la testa e, con tono triste disse: Io detesto questo paese e soprattutto la sua gente.

Il suo sguardo era pieno di profonda tristezza e Vanessa ne fu immediatamente coinvolta. Provava uno strano tumulto misto di curiosità, paura ed attrazione allo stesso momento, ma era cosciente di trovarsi davanti ad un giovane che doveva aver subito forse un trauma infantile o forse il peso dell'invidia dei suoi simili che lo avevano isolato allontanandolo dalla loro società contadina.

Di colpo sentì che doveva aiutarlo mettendosi al suo fianco.

Ora la sua mano stava scivolando lievemente sui biondi capelli di Rocco trasmettendogli un sentimento di dolcezza e di amicizia, ma ancora una volta, Rocco ebbe una reazione di autodifesa e si scansò bruscamente.

Quel ragazzo la incuriosiva sempre di più e se ne sentiva attratta. Il suo corpo non era solo bello, ma emanava odore simile alla resina dei pini e le faceva sentire il desiderio di aderire a lui, ma non lo fece.

Con calma lo rassicurò e disse: Permettimi di vederti più spesso, lascia che ci si conosca di più, io voglio esserti amica e... Come puoi volermi come amico se siamo tanto diversi ed abitiamo tanto lontano? Interruppe Rocco. L'amicizia è più forte delle tue prevenzioni e potrebbe forse vincere tutte le tue paure, dissipare i tuoi dubbi ed aprirti ad orizonti molto più vasti e profondi, e poi non può che farti bene. Io ne sono sicura, concluse Vanessa.

Forse per la prima volta, i verdi occhi di Rocco si aprirono alla fiducia e lasciò che Vanessa gli stringesse forte le mani.

Nei giorni che seguirono furono quasi inseparabili e Rocco aveva cominciato ad aprirsi sempre di più raccontandole di come la sua famiglia, soprattutto per volontà del padre, si fosse trasferita in quel paesino dalla città de L'Aquila in quanto questi, impiegato postale, aveva chiesto un trasferimento in montagna per permettere a sua figlia, cagionevole di salute di avere una vita più salubre ed anche per fare in modo che Rocco, che in quel periodo aveva dodici anni, vivesse in un ambiente campestre al fine di irrobustire quel suo corpo fragile ed addirittura troppo delicato.

Qualche mese dopo, sua sorella era morta di leucemia. Tutto ciò era molto triste, ma non spiegava né l'isolamento, né la diffidenza quasi animale di Rocco accrescendo sempre di più la curiosità di Vanessa che però non fece nulla per saperne di più. Col tempo Rocco si sarebbe aperto alla sua confidenza aveva concluso.

Tuttavia nei giorni che seguirono, l'ansia di sapere e di capire si erano impadroniti di Vanessa che, come normale che accadesse, cominciava a non controllare i propri sentimenti. Quel ragazzo aveva rivelato un'intelligenza ed una sensibilità insospettabili e la sua indiscutibile bellezza infine, aveva vinto tutte le sue resistenze. Ora lo sapeva; se ne era innamorata senza via di scampo. Lo voleva! Pensava che per certi aspetti, Rocco fosse una sua scoperta, che gli appartenesse, si sentiva benissimo con lui e paventava il momento del ritorno a Chicago.

Tuttavia Rocco non le fece mai nessuna proposta, non cercò mai di baciarla o di prenderla fra le braccia e questo per un ragazzo di vent'anni era inusuale se non addirittura incredibile.

Poi un giorno successe quello che Vanessa avrebbe voluto fosse successo molto prima.

Visto che Rocco dimostrava ancora troppa insicurezza quasi come se avesse paura di qualcosa ed essendo ormai innamorata, baciò la bocca di Rocco quasi cogliendolo di sorpresa. Allo stesso tempo si strinse al suo corpo e questi non la scansò, ma non contracambiò nella stessa misura. Poi, delicatamente si staccò dalla ragazza e disse :

È tutto inutile. Poi esitando un pò ed abbassando la testa aggiunse: Tra qualche giorno dovrò subire la prima visita medica per il servizio militare ed allora non ci vedremo più per molti mesi o forse per sempre visto che tu sarai tornata in America e che io non potrò mai raggiungerti.

Queste ultime affermazioni fecero credere a Vanessa di capire finalmente tutte le insicurezze ed i timori di Rocco e seppure fu molto contenta di aver finalmente risolto il mistero, si arrabbiò contro il destino che voleva impedire o comunque complicare di molto il coronamento di un sentimento di cui, ora più che mai, era sicurissima. Era innamorata di Rocco ed avrebbe fatto di tutto per non perderlo.

Vuoi leggere il resto del romanzo? Acquista il pdf originale di Guido Renzi!